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Senza Amore

Senza Amore

Senza Amore 600 200 Yuri Guccione

Quel giorno mi ero preparato prima del solito e al suono della campanella ero uscito da scuola correndo con il chiaro obiettivo di tornare a casa il prima possibile. Le mie scuole elementari erano in un complesso architettonico formato da più scuole statali e private che insieme a due strutture sportive e l’università costituivano un intero quartiere della città. Per tornare a casa ci impiegavo quasi 20 minuti a piedi, ma per me era solo un piacere camminare per le vie della città in piena libertà, con il mio fidato zaino nero sulle spalle. Ogni giorno provavo strade nuove per trovare quella più corta per arrivare a casa. Viuzze, prati di giardinetti, cortili, ormai conoscevo ogni singolo sasso di quel quartiere. Quel giorno avevo cambiato ancora una volta strada. Ero entrato in un parcheggio, poi in un prato dove portare i cani a fare i bisogni, stando bene attento a dove mettevo i piedi, e poi ero arrivato davanti a un piccolo cancello di un’altra scuola elementare. Anche lì uscivano studenti, bambini, ragazzi, insegnanti e genitori. Dalle finestre si vedevano i bidelli nelle aule con scope in mano e radioline portatili sul carrello dove si poggiava il sacco della spazzatura e il secchio dell’acqua con dentro a marinare il mocio. La mia falcata di dovette fermare precipitosamente per via di quell’immenso ingorgo di persone, chiacchiere, urla e macchine parcheggiate in doppia fila. Quando mi venne l’idea di attraversare la strada e cambiare marciapiede era troppo tardi, dovetti spintonare una decina di bambini e gridare loro di farmi passare per riuscire a riprendere la via di casa. Fu proprio in mezzo a tutte quelle persone che la notai per la prima volta.

Ero fermo dietro una macchina parcheggiata e aspettavo che dalla scuola uscissero tutti gli alunni. Era una Polo nera metallizzata sporca di fango e piena di piccole ammaccature e lunghi graffi sulla fiancata. Ero riparato dietro la Polo e sporgendo ogni tanto la testa controllavo le persone che uscivano dalla scuola. Ero fuori di me, sentivo delle emozioni mai sentite prima e non sapevo come comportarmi, stavo come una spia dietro quella Polo con lo zaino sulle spalle e il respiro irregolare. Ero proprio come una spia. Il tempo passava lentissimo, mi sembrava che fossero passate già due ore, non potevo più resistere, mi allontanai dalla Polo fino al cancello della scuola. Anche le distanze mi parevano lunghissime, le mie gambe correvano, stavo correndo, nonostante il mio ordine di camminare naturalmente. Proprio appena arrivato davanti al cancello si sentì il suono della campanella, avevo il fiatone per la corsa, ma a sentire quel suono il respiro si fermò completamente, sentivo solo dentro di me il cuore che batteva fortissimo. Feci immediatamente retro marcia senza guardare dove andavo. Attraversando la strada una macchina quasi mi tirava sotto, le orecchie erano ovattate dal forte battito del cuore, ma riuscii comunque a sentire le urla del guidatore, il clacson e i freni che stridevano.

Ero fermo dietro la Polo, vedevo gli studenti uscire: uno a uno erano costretti a passare lentamente da una piccola porta che rendeva loro di nuovo persone libere. Io ringraziavo quella porticina  perché mi permetteva di vedere ogni singolo allievo che usciva dalla scuola. In modo ossessivo ripetevo dentro di me

  • non è lei.
  • non è lei.

Poi lei uscì dalla porticina, era una ragazzina più o meno della mia età, il viso morbido, quasi rotondo. Gli occhi erano grandi e verdi contornati superiormente da lunghe ciglia e da folte sopracciglia che le donavano un espressione severa e leggermente malinconica. Il naso era normale ma lo stropicciava in segno di disappunto oppure quando sorrideva. La sua bocca sembrava fatta di marshmallow rosso, soffice e dolce. Aveva dei capelli marroni che teneva sciolti e che le incorniciavano il volto. I miei occhi erano fissi su di lei, come per cercare di memorizzare ogni singolo dettaglio, ogni movimento, ogni gesto. Tolsi lo zaino dalle spalle e le appoggiai alla portiera della Polo. Così rannicchiato, chiusi gli occhi, cercai di riprendere il fiato, di regolarizzarlo, avevo fisso nella mente la sua immagine, il suo viso, ero come stato fulminato per la seconda volta, come se avessi messo le dita nella presa della corrente. Mi alzai, presi il mio zaino nero, abbandonai la Polo e mi diressi nella direzione della ragazza. I passi erano diventati pesanti e il respiro profondo, lei era ferma davanti all’entrata che parlava con delle sue amiche, stava sorridendo stropicciando il naso.

–  è lei!

 

“Ormai vedere una ragazza non mi dice più niente, bella bellissima che sia, solo un forte desiderio dal basso; quello che conosciamo tutti. Quella sana e normale  pulsione che fa scatenare i lombi. Ecco, una gran voglia di sesso, senza però riuscire a sentire dentro un minimo di sentimento. Sto parlando di qualcosa che nasce prima di tutto: dell’attrazione, delle farfalle nello stomaco o dell’amore, un argomento a parte. Il colpo di fulmine, è quella l’energia che voglio sentire prima di provare qualsiasi altra emozione. Se c’è la scossa sono sicuro di tutto. La scossa ti pietrifica, ti attacca e si insinua dentro di te come un virus, è il big bang che genera l’universo dell’amore.”

 

Chiudo il computer con forza, mi viene voglia di prenderlo e lanciarlo il più lontano possibile, sperando che si frantumi in pezzi piccolissimi. Prendo la tazza con il caffè e ne bevo un sorso: bello amaro come piace a me. Guardo l’orologio, ma mi trema il polso e ci impiego 10 secondi a capire che sono le 3 del mattino. Cancello tutto l’articolo, non salvo neanche una parola, cerco su google le prime immagini che escono fuori della Ratajkowski e scrivo due pagine al volo su di lei. Rileggo una volta veloce, tanto la rivista per cui scrivo non la legge neanche un cristiano e sicuramente non la “leggono” per quello che ci viene scritto sopra. Allego l’articolo e invio il tutto via mail all’editore.

Indosso un maglione e scendo in strada a prendere un po’ di aria. La città è addormentata nel silenzio più totale e i pensieri più svariati mi assalgono. I lampioni non permettono alla tenebre di avvolgermi e la luce lievemente intermittente si rispecchia nelle pozzanghere ancora colme d’acqua.

Cerco di fare tabula rasa dei miei pensieri, sembro una versione edulcorata di quel cazzone di Tom Cruise in Magnolia, Seduci e Distruggi diceva, direi una versione appena uscita fuori dalla lavatrice: bagnata e tutta stropicciata. Mi mancano la coda di cavallo e il gilet di pelle e, cazzo, sarei identico.

Inizio a camminare senza badare alla direzione, passo spedito e testa bassa. Perché interpreto un ruolo lontano da me, da quello che sono in realtà. Sulla rivista dovrei solo scrivere come rimorchiare bionde mozzafiato e benedirle da dietro per poi passare alla prossima, e via con lo stesso trattamento. E invece dal profondo di me me stesso riaffiorano ricordi ed emozioni lontane che mi fanno scrivere sui colpi di fulmine e sull’amore su una rivista per maschi arrapati, l’equivalente di andare in un bordello senza soldi in tasca.

Cammino oramai da un’ora e solo adesso alzo la testa per capire dove mi trovo, la mia vista è un po’ offuscata, intravedo sulla destra un fittizio pub inglese con studenti universitari mezzi ubriachi che rumoreggiano e bevono da grossi bicchieri. Sulla sinistra il politecnico con vicino un piccolo parchetto per cani e delle panchine. Mi siedo alla prima che incontro e mi accorgo solo ora di aver pestato una grossa e maleodorante merda. Mi alzo di scatto e continuo a camminare seguendo i lampioni, strisciando la scarpa sporca sull’asfalto e sull’erba che cresciuta in modo ribelle delimita il marciapiede. Lavo la scarpa nella prima pozzanghera che trovo, l’acqua è ferma, stagnante, ma la scarpa la increspa immediatamente.

 

“Dopo la scossa squillano i corni: la caccia è aperta, siamo con i fucili carichi in una mano e i guinzagli dei cani nell’altra. La conquista è in assoluto la parte più bella, è un testa a testa fatto di precauzioni, piccoli passi e astuzia che un poco ci portano lontani dal nostro essere normale, dalla vita di ogni giorno. Se manca questo è semplicemente una scopata e via, non c’è niente di male, come andare a troie.”

 

Quanto vorrei provare quello che cerco di scrivere e invece solo piccole storie dove subito senti di essere un peso per l’altro, qualcosa da buttare via nella spazzatura, pur non avendo fatto niente di male. Si trovano scuse assurde, menzogne mal congegnate, per cosa alla fine, rimanere soli davanti al computer e scriverne altre. Perché non si può fermare tutto al primo bacio, il più bello, senza bisogno di sesso, possesso e, alla fine, pure ossesso. Lasciare tutto fermo a quel bacio, stop, e poi far comparire la scritta the end. Cazzo quanto sono messo male, romantico come la melassa, direi stucchevole, anzi indigesto.

Scrollo la caviglia dalla pozzanghera e mi siedo sul marciapiede. E’ uno di quei marciapiedi alti dove le portiere delle macchine, una volte aperte, irrimediabilmente si incastrano. Distolgo lo sguardo dalla mia scarpa inzaccherata e come una macchina fotografica cerco di mettere a fuoco un piccolo dettaglio che fino ad allora non aveva catturato la mia attenzione. Un piccolo cancello di una scuola, una porticina fatta di strisce di metallo che incrociandosi vanno a formare dei piccoli quadrati. Il tempo non è più padrone di me e seduto su quel freddo marciapiede i secondi, i minuti e le ore risultano senza senso. Come un boomerang lanciato diversi anni prima i ricordi ritornano indietro da quel buco nero che è la mia memoria: la porticina, la Polo, lei, i suoi capelli, la sua bocca.

Il mio primo bacio.

“Il bacio è la prova finale, perché fa nascere o morire tutto un corteggiamento, se senti ancora quella scossa allora la storia può davvero funzionare, può diventare qualcosa di importante. Bisogna dare a questi piccoli dettagli il giusto valore, come in un film anni 50 dove il protagonista riesce dopo due ore di film a baciare la sua amata. La vecchia scuola ha sempre qualcosa da insegnarti. Il bacio romantico è quel trampolino che ti porta a una scopata da urlo, è la luce del proiettore che illumina il film che ti eri immaginato, senza di quello, la passione, l’emozione, e solo ora l’attrazione, o quelle maledette farfalle nello stomaco possono avere un senso compiuto in questo cazzo di discorso.”

 

Rimango stordito come se il boomerang avesse colpito per davvero la mia testa in modo violento. Mi alzo in piedi. Sono infreddolito e l’umidità della notte è penetrata, senza che io me ne accorgessi, nelle ossa. Ho una vita appagante, un lavoro impegnativo e ormai ho dimenticato cosa significhi essere in due, organizzare una giornata in due, vivere con una persona al tuo fianco. Vorrei essere fulminato di nuovo, come quando ero bambino e l’aspettavo dietro la Polo, e invece solo sesso e via. Alla fine si riduce tutto e sempre solo a quello, senza amore si vive anche meglio.

 

© Yuri Guccione 2019. All rights reserved.