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Pari’s

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Pari’s 808 687 Yuri Guccione

Questa presentazione è stata un vero successo, abbiamo ordini per tutto l’anno e gli acquirenti, venuti da tutto il mondo, sono rimasti entusiasti del “Nuovo Modello”. Erano davvero eccitati, ormai siamo un marchio internazionale, nessuna concorrenza ci sta dietro, siamo affidabili, costanti, con idee davvero geniali e io sono il padrone di tutto questo!

Guardo i cellulari: quello aziendale ha un carico di notifiche non lette da svenire, chiamate perse, messaggi di congratulazione, ordini, lavoro che voglio affrontare a mente lucida e tranquilla non prima di domani mattina. Apro Facebook, scanso le 67 notifiche non lette, pubblico le foto della presentazione e lo ripongo nella tasca destra dei pantaloni. Dalla sinistra sfilo quello familiare, lo accendo e subito appare anche qui un numero impressionante di chiamate perse e messaggi non letti. Questi non posso fare finta di non vederli. Cosa sarà successo? Mia moglie se non mi chiama almeno 10 volte al giorno non è contenta, lo sapeva che questa sera dovevo presentare il “Nuovo Modello”. Faccio svogliatamente il numero e neanche dopo un bip delle grida indistinte mi assordano il timpano. Abbasso di scatto la mano con il cellulare dall’orecchio e sul mio viso di dipinge una smorfia di dolore e rabbia. Sento solo ora, da mezzo metro di distanza, la voce di mia moglie:

– Pronto? Ma non hai sentito? Pronto? Stai bene? Gli attentati?

Dopo averle dato delle risposte vaghe per rassicurarla, chiudo la comunicazione e accendo la tv nel mio ufficio e finalmente capisco i fatti per come sono andati:

“Dalle 21.00 si sono sentite le strade movimentarsi, sirene, ambulanze, urla, la città è stata colpita da diversi attentati, per adesso se ne contano 4 e più di 100 morti. Come un terremoto ci sono state continue scosse, continui disastri e soprattutto continue stragi.”

Giro su ogni singolo canale della tv, tutti i programmi si sono interrotti e su ognuno ci trovo un uomo impettito in giacca e cravatta, con faccia triste e rassegnata, che parla degli attentati.

“Le persone da tutto il mondo mandano aiuti, i media e sui social la gente, che non può aiutare fisicamente scrive elogi funebri o spende parole dense di lacrime. Su Facebook e Twitter bandiere della nazione colpita prendono il posto alla foto profilo.”

Mi accascio sulla poltrona, è comoda e accogliente, ma questo non mi rincuora, la mia mente viaggia a mille all’ora. Ero stanco e spossato, ma questa notizia è stata come una iniezione di adrenalina dritta nel cuore, mi alzo dalla poltrona e non riesco a stare fermo. Prendo in mano il telefono, apro Facebook e imposto la bandiera della nazione colpita dagli attentai sulla mia foto profilo. Prendo il secondo telefono e ripeto l’operazione sul secondo profilo di Facebook, prendo giacca e valigetta ed esco dal mio ufficio.

Una grande azienda europea, una delle più antiche nel settore, i loro prodotti venivano esportati in tutte le nazioni del globo: Europa, Iraq, USA, Arabia Saudita, America Latina, Libia (ecc.) con un fatturato netto che raggiungeva quasi i 100 milioni l’anno.

Di notte nell’ufficio non c’era più quasi nessuno, un grande ufficio tutto nuovo, alto diversi piani, di quelli in vetri, moderno, dove le persone da fuori potevano vedere se dentro si lavorava o si batteva la fiacca. Dalla strada si vedeva questa carcassa nera fatta di vetri e cemento con solo qualche piccola luce accesa al suo interno: impiegati costretti agli straordinari o gli addetti alla pulizia. Nel secondo caso l’ufficio era animato per brevi istanti, stanze che dal buio più totale venivano accese, una a una fino a formare una linea orizzontale fatta solo di luce; poi di nuovo tutto nero e meccanicamente una a una le luci delle stanze del piano superiore si riaccendevano fino a raggiungere gli uffici della dirigenza all’ultimo piano. Tutto veniva pulito minuziosamente per la mattina seguente. All’alba, quando il sole ancora basso rifletteva la luce sui vetri producendo dei fastidiosissimi riflessi; quando stormi di macchine popolavano il parcheggio adiacente e i telefoni iniziavano a strillare impazienti. Gli impiegati entravano in ufficio, accendevano i computer e svolgevano il lavoro per cui erano pagati. Chi promuoveva, chi verificava le spedizioni, chi rispondeva ai reclami, l’ufficio, la carcassa morente riprendeva ogni mattina vita, il sole dopo averlo illuminato, lo faceva risorgere dalle tenebre.

Il fermento quel giorno era maggiore del solito, il giorno dell’inaugurazione del “Nuovo Modello” era arrivato, tutti sapevano cosa dovevano fare e nessuno si era ancora fermato un minuto dalla mattina. La sala della presentazione era ancora da allestire, il catering stava preparando un sontuoso ricevimento con stuzzichini prelibati, bevande fresche e camerieri in divisa bianca che giravano, all’apparenza senza nessuno scopo, nella sala con dei grossi vassoi argentati in mano. Il fonico per i microfoni e il proiettore vestiva in modo più sobrio e collegava grossi grovigli di fili neri ad altre matasse di grossi fili neri. Mancava solo il fondatore della holding che sarebbe arrivato quella sera in elicottero con il “Nuovo Modello” da presentare.

Era ormai sera, le 19 passate, stava fermo al computer nel suo ufficio con il viso che veniva illuminato nell’oscurità dal monitor. Era arrivato da poche ore, ma con tutto quel trambusto non era riuscito a capire ancora niente. Forse il lungo viaggio, forse le ore di sonno perse, si sentiva spossato. Appena l’elicottero aveva posato le zampe a terra aveva dato una controllata veloce ai preparativi e prima di entrare nell’ascensore, aveva ordinato di non essere assolutamente disturbato fino all’ora della presentazione, stimata intorno alle 21. Nel suo ufficio aveva chiuso le tende, spento i cellulari, versato un’aspirina effervescente in un bicchiere d’acqua e infine si era disteso sulla scrivania. Sentire la sua schiena aderire a quella superficie dura e fredda lo confortava e stranamente gli conciliava il sonno, ma più che un sonno era un attenuare i nervi dallo stress e dalle tensioni di quelle giornate frenetiche.

Un flebile bussare lo fece svegliare di soprassalto, a momenti cadeva dalla scrivania, si sentiva ancora più confuso, dal bussare si sentiva una voce acuta che gli chiedeva il permesso di entrare. Si trascinò sulla prima sedia che trovò e con i gomiti sulle ginocchia poggiava i palmi delle mani sugli occhi, come per ritrovare tutti i pensieri, un briefing con se stesso. Dopo due minuti la segretaria entrò, impaziente e preoccupata, questa scena non le era nuova, prese un bicchiere d’acqua e ci verso un’aspirina effervescente.

Era ancora fermo sulla sedia con i palmi sugli occhi, occhi che rimanevano chiusi in un involucro caldo e oscuro, sentiva la segretaria muoversi nel suo ufficio senza capire cosa facesse, poi sentii un rumore effervescente.

Si alzò, prese il bicchiere, trangugiò il contenuto e finalmente le sue sinapsi rincominciano a funzionare, mentre la segretaria gli profilava i programmi della serata, lui era fermo davanti allo specchio e si guardava immobile, come per valutare i danni del suo pisolino. Il completo era ancora in condizioni ottimali, rimise la camicia bene nei pantaloni, si abbottonò i pantaloni e la cravatta. Il nodo non lo soddisfaceva, non gli era mai venuto bene, prese la cravatta e ci riprovò più volte a farlo finché non ne restò soddisfatto. Nel mentre si sistemò i capelli, di media lunghezza e, nonostante l’età non più giovanissima, di un nero corvino lucente. In meno di cinque minuti era il solito “presidente”, pronto per la presentazione. Era seguito, come un’ombra, dalla sua segretaria, lui portava nella mano destra un valigetta metallizzata, come quelle che si vedono nei film sempre piene di droga o di contanti.

L’ufficio non era enorme ma per raggiungere la sala della presentazione ci vollero 10 minuti di tragitto, la segretaria nel frattempo gli comunicava l’arrivo dei compratori dall’America, dall’Europa e dai maggiori paesi mediorientali. Si guardò l’orologio, mancavano pochi minuti alle 21, prese il cellulare familiare e per fortuna nessuno lo aveva cercato, accese quello aziendale e centinaia di notifiche intasavano la schermata iniziale del suo smartphone, non c’era tempo per rispondere. Arrivarono davanti a una grande porta, tutta di legno massiccio, si sentiva un’energia vitale e frenetica dall’altra parte di quel muro di legno. Le porte si aprirono e una luce accecante si sprigionò, tutto divenne pura luce, davanti a lui ci saranno state più di 1000 persone e gli applausi non si sprecarono, per minuti interi si prolungarono senza mai perdere di intensità. Appoggiò la valigetta sul palco e prese in mano il microfono:

– Buona sera a tutti! Grazie per essere venuti così numerosi, voglio subito presentarvi il “Nuovo Modello”. Siamo davanti a una vera evoluzione rispetto ai precedenti modelli. Una innovazione totale!

Si avvicinò alla valigetta e con colpo netto e sordo la aprì e tirò fuori con cura, come una reliquia, il “Nuovo Modello” di pistola.

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