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Monastero di san Biagio, fantastico luogo fuori dal mondo

di Antonella Frontami

Il flauto di Yuri Guccione rappresenta  un  altro successo del festival di musica classica che si tiene nel Monastero di San Biagio.

Yuri Guccione è un flautista dal tocco magico, ma si definisce ancora uno studente della musica.

Il concerto in duo con Giovanna Di Lecce è stato bello fino alla commozione, ma il suo racconto è privo di autoelogi, di affermazioni assertive, di intemperanze giovanili che sarebbero giustificate, dato il livello di tecnica raggiunto.

E’ un artista talentuoso ed equilibrato seppur giovane.

I  suoi genitori  sono autentici appassionati di musica, ma la dedizione al flauto è nata da uno  spirito indipendente, lontano dalla coercizione. Non è stato costretto a suonare, ha iniziato a farlo solo quando l’ha percepita come una scelta personale.

Voleva sentirsi libero di scegliere la musica, di studiarla, di suonarla e di sperimentarla. Dal suo racconto emerge chiaramente lo spazio aperto entro il quale si muove dentro di sé e l’entusiasmo che anima ogni parola, ogni gesto che l’accompagna.

Quanto rigore è necessario per raggiungere un così alto livello tecnico alla tua giovane età?

Molta. E’ un concentrato di metodo e concentrazione, non si può prescindere.

A qualsiasi età, ma soprattutto se giovani, gli stimoli e le distrazioni esterne possono essere molte e la difficoltà sta nel contenere al massimo l’irruenza di media e social network. Non si può studiare con il cellulare a portata di mano…

Nonostante l’età hai già collaborato all’interno di un’orchestra prestigiosa come l’Orchestra Verdi. Che tipo di esperienza è stata?

Un’esperienza bellissima pur avendo partecipato solo come “terzo flauto”.

L’orchestra è un mondo affascinante e molto difficile all’interno del quale si sviluppano salde gerarchie che vanno rispettate. Non si può subentrare con superficialità perché sarebbe un fallimento ma quando riesci ad entrare rispettando le regole, suonare diventa magia.

Magia?

Sì, esattamente. Suonare in un organico di professionisti ti da la sensazione di intraprendere un lungo viaggio interiore che ha per meta l’anima.

Pensa che due mesi fa ho avuto la fortuna di sentire un concerto dei Berliner Philharmoniker diretti dal Maestro Gustavo Dudamel: ero incantato! Stavo ascoltando ottanta elementi che suonavano in perfetta armonia. Una perfezione quasi ascetica…

A proposito della capacità di trasmettere, come arrivare al cuore del pubblico?

Con il cuore, ovviamente. Tanta tecnica, disciplina, metodo e, inesorabilmente, cuore.

Ogni musicista e direttore d’orchestra ha un margine per affermare la propria interpretazione, nel rispetto della partitura, ma nessun messaggio può arrivare se non parte dal cuore.

Quanto conta, per il pubblico, la conoscenza della musica rispetto all’ascolto?

Relativamente. Ognuno di noi conserva in sé un musicista in grado di godere della bellezza della musica, pur non essendo particolarmente esperto. Indubbiamente, è molto importante aiutare l’ascolto attraverso la narrazione delle opere e dei suoi compositori.

Lo ritengo un dovere dei musicisti che devono fare il possibile per accorciare le distanze tra pubblico e musica.

In un mondo dominato dalla velocità la musica chiede tempi lunghi per studio e concentrazione…

Soprattuto per me che sono pigro e riflessivo. I tempi attuali impongono ritmi disumani che ostacolano lo studio, la concentrazione e l’approfondimento. Siamo costretti a spostamenti veloci e continui e a collegamenti virtuali ma la professione insegna a convivere con questa velocità.

Bisognerebbe trovare un luogo che diventi rifugio per il raccoglimento. Come diceva Debussy un luogo che sia “ovunque, ma fuori dal mondo”.

Quali sono i confini del tuo mondo musicale?

Sono sedotto dalla musica in tutte le sue declinazioni. La musica contemporanea mi affascina per la possibilità infinita di sperimentazione oltre i canoni a cui siamo abituati.

La musica pop è interessante perché è un mondo semplificato che può contenere in se molte strade che conducono alla classica.

L’importante, per me, è carpire l’eccellenza in ogni espressione musicale.

E’ stata la tua prima partecipazione al Festival di San Biagio? Cosa ti ha lasciato questa esperienza?

E’ stata una esperienza unica. Il monastero è un luogo che emana un senso di religiosità che sfiora quasi l’ascetismo. La direzione artistica del festival asseconda quest’atmosfera favorendo un’accoglienza votata all’anima quanto la prestazione artistica.

Mi piacerebbe tornare in questo luogo che mi fa sentire “fuori dal mondo”…

 

Ci salutiamo dopo una lunga, profonda chiacchierata che ha fatto bene ad entrambi. Mentre lo vedo andare via  mi sembra di immaginare la lunga carriera che lo aspetta.