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Dalla Lanterna

Dalla Lanterna

Dalla Lanterna Yuri Guccione

Stava con le spalle al muro e con una lunga fune tra le mani. Aspettava il segnale di via libera. Stava immobile senza respirare quando un brivido freddo, causato dal contatto delle spalle col muro ghiacciato, gli percorse tutta la spina dorsale fino al cervello. Stava fermo contro il muro quando un rumore sospetto proveniente dalla via adiacente lo costrinse a spiaccicarsi ancora di più, come una sogliola, contro quel muro ghiacciato. Probabilmente un ubriaco oppure un barbone insonne, ma era meglio non abbandonare la postazione per andare ad indagare. L’inverno era stato rigido e la neve aveva ricoperto più volte quelle strade, ma in quella notte di Febbraio un vento gelido, proveniente dalle montagne imbiancate regnava, sulla città di Torino. Il silenzio divenne di nuovo il più assoluto e la corda continuava a pendere dalla cupola più bassa. Fonsin aspettava il segnale guardando con un occhio la cupola sopra di sé e con l’altro la piazza deserta. Con quel freddo neanche i più temerari si sarebbero intrattenuti un minuto fuori di casa. Gli tremavano le gambe dal freddo e dalla paura, ma dentro di se continuava a ripetersi con ostinazione che sarebbe andato tutto bene. Dalla cupola sopra la testa di Fonsin apparve una mano pallida con pollice in alto, “Ok andiamo avanti” era il segnale per continuare l’operazione. Prese la corda con tutte e due le mani e si arrampicò in fretta fin sulla prima cupola dove lì ad aspettarlo c’erano Tonin e Genio. In silenzio tirarono su la fune, che oramai con quel vento era diventata quasi uno stoccafisso, e si distribuirono l’attrezzatura pronti per la scalata all’ultima cupola. A causa del buio i tre andavano avanti lentamente stando bene attenti a dove mettere ogni singolo piede. Non ci voleva niente per spostare una tegola o a scrostare un pezzo di muro e farlo cadere da 10 metri di altezza destando magari l’attenzione, indesiderata, di qualche passante. Tonin era capo cordata e anche capo della banda, un uomo corpulento e irsuto, dalla voce profonda e ruvida. Con una piccola torcia illuminava la strada da percorrere e sottovoce indicava agli atri due come intraprendere quella anomala salita: bisognava sfruttare le grondaie e le finte colonne in bassorilievo.

Ci volle più di un’ora di scalata controllata prima che i tre arrivassero alla cupola più alta e da lì fino alla lanterna. Scardinarono la finestra più grande della lanterna e ci calarono una lunga scala a pioli. Il Santuario dall’alto della lanterna era un cumulo indistinto nero dove gli unici spiragli di luce arrivavano dalle candele votive rimaste accese. La scala era talmente lunga che andava a fare il filo al quadro della Vergine. Fonsin sapeva che ora sarebbe toccato lui entrare in scena e fece due gesti atletici nervosi con le braccia come per scaldarsi prima della discesa. Era il più giovane della banda e soprattutto quello che pesava di meno, il tipico “chiodo” magrolino, ma allo stesso tempo agile e flessibile. Iniziò a scendere lentamente finchè non fu inghiottito nella oscurità e nella tetra atmosfera che dominava il Santuario. Una volta toccato il suolo il primo compito era quello di staccare l’allarme, una piccola scatola grigia che stava dietro l’altare, Fonsin, dopo averla individuata, la forzò con un cacciavite che teneva nella cintura e con cura staccò tutti i fili che conteneva. La seconda parte del piano era togliere dal quadro della vergine tutto ciò che potesse avere valore: gemme, pietre e soprattutto oro, molto oro. L’operazione sembrava facile, ma trasportare tutte quei preziosi lungo la scala a pioli, su e giù, e poi fino ai suoi compagni richiese tutta l’attenzione e la concentrazione psicofisica di Fonsin. Dalla lanterna Genio sottovoce gli diceva:

  • dai Fonsin fai in fretta!

La voce di Genio era acuta e anche se stava bisbigliando rimbombava nel Santuario mettendo addosso a Fonsin un senso di irrequietudine e fretta. Genio era appena uscito di prigione e diciamo che non ci stava troppo con la testa. Era il braccio destro di Tonin, ma questo non aiutava nessuno perché Genio era stupido e sottopressione i suoi occhi diventavano vitrei colmi di follia. Genio non dava ascolto a nessuno, solo Tonin riusciva a parlarci e ordinargli cosa fare mentre con tutti gli altri aveva un atteggiamento aggressivo e manesco.

Per questo Fonsin era in ansia, faceva da mezz’ora su e giù da quella scala a pioli e la prima cosa che vedeva salendo verso la lanterna erano gli occhi pazzi di Genio che lo fissavano senza mai perderlo di vista per tutto il tragitto.

Intanto Fonsin aveva finito di deturpare il quadro della vergine e per non perdere tempo nella fuga lasciarono la scala a pioli legata alla lanterna. Per scendere, carichi come erano di ogni ben di Dio, dovettero stare ancora più attenti e ci volle particolare cura a non fare rumore.

Di fianco al santuario era parcheggiato un furgone Fiat 850 T, bianco immacolato. Dentro ad aspettarli si trovava Berto. Un uomo di 40 anni che fumava due pacchetti di Marlboro al giorno e portava un bel paio di folti baffi neri alla Maurizio Costanzo. Berto era sempre silenzioso, si accendeva una sigaretta dopo l’altra seduto tranquillo sul sedile del guidatore del furgone. La sua pelle era cadente e i suoi occhi nell’oscurità della notte erano illuminati dalla luce rossa dell’ennesima sigaretta, scintillanti come diamanti incastonati nel viso.

Vedendoci arrivare carichi con i sacchi sulle spalle Berto scese dalla sua postazione e ci aprì il portellone posteriore del 850 T. Una volta saliti tutti e quattro sul furgone Berto mise in moto e nel giro di 30 minuti avevamo superato Rivoli. Il furgone procedeva a velocità sostenuta ma non troppo, non bisognava dare dell’occhio, a fari accesi nella notte si viaggiava per le strade deserte del Piemonte. La parte finale del piano consisteva nel superare Rivoli, Bussoleno e Susa per poi arrivare in 3 ore più o meno a Grenoble in Francia, il tutto prima della messa del mattino.

Fonsin apparteneva a una gloriosa e prolifica famiglia di circensi. Fin da piccolo aveva girato per tutto il Nord Italia conoscendo le più importanti fiere e sagre di paese. Suo padre era il proprietario di un grosso tendone da circo che ogni sera prendeva vita con i suoi itineranti protagonisti. Suo padre e sua madre si erano incontrati su una corda da funambolismo e sempre in bilico avevano deciso di vivere la loro vita e crescere la loro famiglia. Ultimo di 4 figli prima di saper parlare Fonsin si trovò parte integrante dello spettacolo della famiglia: con naso rosso e un cappello pieno di piume intratteneva il pubblico tra un numero e l’altro. Poi l’esempio dei genitori prese un posto di rilievo nell’immaginario del piccolo e così decise di passare alla fune e con pazienza e amore i genitori gli insegnarono l’antica arte circense. Esercitandosi ogni giorno con costanza e passione all’età di 6 gli venne dato un posto fisso nello spettacolo della famiglia.

Il suo talento crebbe al punto da catturare le attenzione dei genitori e le invidie dei fratelli. Non potendo frequentare una scuola seriamente Fonsin imparava soprattutto ascoltando dalle storie che ogni giorno il suo vecchio nonno gli raccontava. I racconti era quasi sempre gli stessi: si parlava della guerra partigiana combattuta nelle langhe dal nonno oppure delle grazie che il nonno aveva ricevuto dal Santuario della Consolata durante la guerra.

La guerra era il perno di tutte le storie: il Duce, la fame, il fango e un insolito incontro con Fenoglio a Murazzano.

Il nonno era un ottimo funambolo, ma per via di una colpo di mortaio in uno degli ultimi giorni della resistenza perse la gamba destra e non gli rimase altro che spronare i figli a portare avanti l’attività di famiglia dopo la guerra.

A Fonsin piaceva ascoltare le storie del nonno che erano sempre piene di dettagli: il nome dei compagni, l’ora esatta dell’attacco, il numero di tedeschi morti. Il nonno descriveva ogni posto in cui era passato come se fosse stato il più bello del mondo: i lunghi alberi, le colline verdi e i paesi avvolti nella nebbia mattutina, il silenzio nella foresta prima di una imboscata.

I suoi fratelli erano già grandi e ormai mandavano a quel paese il nonno con i suoi racconti e le sue preghiere, l’unico che gli dava ancora ascolto era Fonsin che, ancora piccolo, non aveva nessuno che gli stesse dietro. Con il nonno Fonsin pregava ogni mattina la Madonna e ogni domenica, qualsiasi che fosse il paese in cui era parcheggiato il tendone, il nonno riuniva tutta la famiglia portandola a messa. Ripeteva convinto che i peccati erano parte  integrante della vita e che tutti prima o poi ci saremmo inciampati sopra. Era normale, era la vita, ma bisognava renderne conto a qualcuno, anche in punto di morte e chiedere fortemente perdono per poter entrare in Paradiso. Fonsin da bambino quando il nonno gli parlava del Paradiso pensava che per raggiungerlo bisognasse saltare dentro l’immenso cannone del circo e farsi sparare in cielo fino a raggiungere le nuvole dove ci sarebbero stati degli angeli a prenderlo al volo e a portarlo al cancello celeste.

Ma dopo la morte del nonno il Paradiso sparì come un trucco di magia quando il mago, dopo aver fatto esplodere un piccolo petardo di fumo, esce di scena tra gli applausi. Fonsin si ritrovò catapultato in una vita dove i suoi genitori erano diventati i suoi datori di lavoro e lo trattavano come se fosse un dipendente qualsiasi del circo mentre i suoi fratelli, essendo l’ultimo e il più talentoso dei 4 lo isolarono, schernendolo abilmente, emarginandolo dai loro giochi e dalla loro vita. L’unica persona con cui era riuscito ad instaurare un rapporto umano era stato il nonno, ma dopo la sua morte Fonsin si ritrovò letteralmente solo appeso a una corda.

Sul furgone 850 T carico d’oro, pietre preziose e chissà cos’altro, Fonsin pensava alla sua vita fino a quella sera. Alla metafora della corda del funambolo che beffardamente tornava sempre, alla sua famiglia e soprattutto a suo nonno. Non sarebbe sicuramente contento di quello che aveva appena fatto, saccheggiare il suo Santuario preferito, quello a cui era più affezionato. Al confine francese i doganieri sbadigliando chiesero i documenti e dopo un rapido e assonnato controllo il furgone riprese il viaggio. Il clima all’interno era euforico, tutti e quattro si congratulavano per la riuscita perfetta del colpo, perfino l’impassibile Berto con l’ennesima sigaretta in bocca abbozzò un sorriso di gioia.

Alle 5 di mattina arrivarono in una Grenoble ancora dormiente dove gli unici rumori vitali provenivano da alcune panetterie dove all’interno si infornava senza sosta il pane fresco per il giorno appena iniziato.

La casa dove avrebbero dovuto aspettare il ricettatore era vicina al fiume Drac, vecchia e apparentemente disabitata. La chiave della casa si trovava sotto un grosso vaso di lavanda e una volta entrati tutti e quattro si buttarono addosso alla dispensa. Il ricettatore aveva pensato a tutto: cibo e vino a volontà, stecche di Marlboro e letti comodi per ognuno di loro.

Fonsin steso sul letto pensava al nonno e al fatto che i suoi quattro nipoti, sangue del suo sangue, avevano rubato nel luogo che per una intera vita lo aveva sostenuto attraverso tutte le sue avversità. Il letto era davvero comodo, per una sola persona e con una coperta di lana beige distesa sopra che lo copriva interamente. Lui era con gli occhi  chiusi e, come in un film quando parte un flashback dopo una luce accecante bianca, gli apparivano le immagini delle sua vita. Ricordava con quanto fervore il nonno gli raccontava della Consolata e della fede che gli aveva saputo infondere, dalle grazie che gli aveva concesso durante la guerra e dei tesori che le persone grate come lui avevano donato al Santuario. Forse per quelle fantastiche ricchezze raccontate dal nonno Fonsin e i suoi fratelli non ebbero nessuna esitazione a decidere dove fare il colpo. Ricchezze che per il nonno non avevano nessun valore terreno perché per lui i problemi e le disgrazie non esistevano se dentro si aveva accesa e ardente la fiaccola della fede. Fonsin pensava alla sua di fiaccola, quella che alimenta ogni speranza, quella fiamma che era così alta e ampia da bambino, alimentata dall’amicizia col nonno. Dopo la sua morte e dopo la morte dei genitori, solo con i suoi fratelli quella fiaccola si era spenta: gli stenti, la fame, la miseria l’avevano spenta pian piano, non tenendo in considerazione gli insegnamenti del nonno, non ricordando che era proprio in quei momenti che bisognava credere fortemente, fonte di coraggio, di lealtà e rettitudine.

Pensava al colpo e alla fortuna racimolata, alle pietre preziose e al fatto che una volta rivendute al ricettatore non avrebbe più avuto bisogno di vivere nella miseria per tutta la sua intera vita. Si alzò dal letto e andò a prendersi una birra nel frigo. Era fredda gelata. Fonsin  si sentiva strano, era combattuto, ma non poteva parlarne con i suoi fratelli, non lo avrebbero capito, la vita gli aveva consumati fino alle ossa più di lui.

Bevve l’ultimo sorso di birra e una volta vuota la accartocciò facendo forza con le mani.  Tutto quel pensare lo aveva portato a una decisione così senza esitare prese la borsa con i gioielli e le chiavi del 850 T. I suoi fratelli che dormicchiavano tranquillamente sui loro letti si destarono immediatamente e in meno di un secondo erano in piedi ringhiosi difronte a Fonsin.

  • Vado a riportare i gioielli alla Consolata – esortò convinto Fonsin.
  • Tu non vai proprio da nessuna parte – gli risposero quasi all’unisono i tre fratelli.

Fonsin non aveva dubbi perché sentiva un forte calore dentro di lui che gli indicava la retta via. Sapeva esattamente qual era il suo scopo e cosa avrebbe fatto.

Stava aprendo la porta del rifugio quando Berto con il piede bloccò l’uscita.

  • Tu non vai da nessuna parte – ripeté Berto.
  • Perché devi sempre creare problemi, finiamo questo piano e poi non ci vedremo mai più. Lascia i gioielli. – Tonin era alterato e la sua voce profonda rimbombava nella casa spoglia come una pallina rimbalzante impazzita.
  • Non posso. Non so spiegartelo. – Rispose Fonsin.
  • Non fare il coglione Fonsin! – Esplose Genio. I suoi occhi erano quasi fuori dalle orbite. Erano talmente rossi che non si capiva più di che colore fossero.
  • Dammi la borsa e le chiavi e finiamola qui. – Continuò Tonin afferrando con forza il braccio di Fonsin. Era una stretta micidiale.
  • Lasciatemi andare, lo sapete anche voi che è la cosa migliore. Urlò Fonsin. A quelle parole Tonin gli tirò un pugno in faccia che lo scaraventò addosso alla porta di legno.

Il corpo di Fonsin scivolò lentamente dalla porta fino al pavimento e a quel punto Tonin gli assestò un calcio alla testa che lo lasciò fermo sul pavimento. A quel punto Genio nel suo mondo di pazzia e irrequietudine con la gamba destra rimarcò il calcio di Tonin. Berto stava fermo quasi con innaturale distacco fumando l’ennesima sigaretta. I tre lasciarono il corpo di Fonsin accasciato sul pavimento e come se niente fosse si sdraiarono sui propri letti aspettando il ricettatore.

Il sangue si era sparso per tutta la camera. Un rosso alizarina, intenso e ancora caldo. Dei piccoli rivoli di sangue seguivano geometricamente le fughe del pavimento creando una corona intorno alla testa. Il corpo giaceva sul pavimento ancora tiepido ma, pallido svuotato della vita e dell’anima. I suoi fratelli lo guardavano in piedi, immobili, anch’essi bianchi in viso con gli occhi sgranati e il viso contrito come se avessero appena ricevuto un forte pugno nello stomaco. Stavano lì fermi, in piedi e senza saperlo pensavano tutti e tre contemporaneamente come liberarsi di quel cadavere. Berto balbettò tre parole:

  • mettiamolo nel furgone.

Tonin li lanciò una occhiataccia severa, ma di consenso. Erano in quell’istante le 18.34. Tonin guardava il suo orologio da polso che segnava le 18.34, la lancetta dei secondi dovette percorrere tutto il suo tragitto fino alle 18.35 prima che Tonin realizzò dove si trovava e cosa doveva fare. Berto fu il primo a muoversi da quella situazione di stallo, con circospezione aprì la porta e una volta fuori aprì il portellone del furgone. Genio prese il corpo esanime da sotto le ascelle e Tonin per i piedi. Genio borbottava una bestemmia dopo l’altra mentre Tonin era in stato catatonico guardando dietro di se la netta scia di sangue che lasciavano sul pavimento. Fuori vicino al furgone Berto con una sigaretta li incitava a fare il più in fretta possibile. Caricato il corpo di Fonsin Berto mise in moto il furgone e iniziò a girare per le vie di Grenoble cercando un luogo adatto dove abbandonare quel carico indesiderato.

Costeggiavano il Drac fuori dalla città quando Berto inchiodò e si accosto a un piccolo attracco con uno scivolo. Tonin guardava l’orologio che segnava le 19 in punto, il buio di Febbraio era già calato creando la scenografia perfetta per occultare l’atto appena compiuto. Berto scese dal furgone e aprì il portellone posteriore e con l’aiuto di Tonin e Genio trascinarono Fonsin nel Drac, poi si fermarono tutti e tre e si accesero una sigaretta. Vedevano il corpo di loro fratello in balia delle correnti galleggiare a testa in giù e allontanarsi velocemente da quel porticciolo, da loro e dalla loro vita.

 

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