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Anastesia

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Anastesia 633 355 Yuri Guccione

Buio. Non riesco ad aprire gli occhi, sento solo quel fastidioso e ripetitivo bip della sveglia risuonare volta dopo volta nella mia camera. I miei occhi sono come sigillati da una colla a presa rapida. Ora dal nero inizio a intravedere un po’ di bianco, o meglio un grigio opaco, come se un pittore avesse mischiato erroneamente nella sua tavolozza il nero con una punta di bianco. Passano i minuti e il bip imperterrito continua impettito a dirmi che sono già le 6.30 del mattino. Mi convinco e mando in esplorazione un piede fuori dalla coperta. Lo sbalzo di temperatura mi causa un improvviso spasmo: dentro il piumone tutto è fermo e caldo, fuori mi sembra che tutto sia vorticoso e freddo. Spesso mi capita come di sentire persone che si muovono vicino a me, affaccendate, ma io abito in casa da sola e nel mio condominio dormono ancora tutti alle 6.30 di mattina. Ancora con gli occhi incollati mi dirigo verso il bagno; la strada la so a memoria i miei sensi, a parte la vista, sono attivi e vigili, pronti ad evitare spigoli dei mobili e ostacoli vari. Apro un occhio per aprire la doccia sulla temperatura più calda che si possa raggiungere. L’acqua scorre calda e copiosa, ben presto la condensa bianca avvolge tutta la doccia e l’intero bagno. Per me quello è il segnale che l’acqua è bollente e così inizio a togliermi la maglietta e i pantaloni del pigiama, rimanendo in mutande apro con una mano l’anta della doccia e con l’altra mi sfilo le mutandine leggere.

Ora che la condensa si è diradata e anche l’altro occhio si è aperto mi vedo dallo specchio nel mio largo accappatoio con i capelli raccolti in uno asciugamano a parte, come un turbante. Corpo sinuoso e dalle curve ben  pronunciate, un vanto che da generazioni caratterizza la mia famiglia. Il viso sembra proprio quello di una quarantenne, senza troppi incavi o raggrinzamenti causati dallo scorrere della vita, anzi penso che se truccata a dovere o dopo una bella dormita potrei giocarmi la carta di una “trentacinquenne in carriera”. La doccia mi ha rigenerato e accelerato il processo di risveglio, ora quello che manca è scegliere il vestito da indossare per il lavoro e una colazione frugale, prima di schizzare alla metro. Rimango diversi minuti a fissare due tailleur senza riuscire a decidermi, imbambolata, prendo il primo a caso e con lo stesso criterio ci abbino un paio di tacchi e una borsa. La moda non è mai stata il mio forte, fin da bambina i vestiti erano da me classificati secondo “bisogni pratici” (lavoro, sport, sera) e non ci ho mai trovato gusto o gioia nell’acquistare più di due generi per “bisogno pratico”. Mia mamma si è sempre rammaricata di questo, esortandomi più volte a uscite domenicali in negozi o centri commerciali alla ricerca di capi firmati, borse e scarpe.

La metro è come al solito sovraffollata, vedo ogni giorni occhi assassini e scannamenti per guadagnarsi un posto a sedere oppure persone che spingono altre persone con furia dentro un vagone già stracolmo, come anime perdute che frustate dal demonio si devono ammazzare per prendere l’ultimo treno per l’inferno.

Il caldo nei vagoni è insopportabile, mi tolgo la giacca del tailleur e fa ancora caldo, mi concentro, cerco di rimanere impassibile e distaccata. Sono stata brava,  ecco la mia fermata, stessa ressa per uscire. Io non ho fretta la mia scrivania mi aspetta ogni mattina senza mai muoversi. Nel piano dove lavoro conosco di vista tutti i miei colleghi, ma non ci parliamo mai, siamo organismi autonomi che lavorano per un “qualcosa” di più grande. Accendo il mio pc e così incomincia la giornata lavorativa che tra compilare moduli e rispondere a email passa nella sua monotonia, senza svolte inaspettate, piatta come il mare alla mattina presto. Mia mamma era contenta di questo lavoro, diceva che era una certezza per tutta la vita, la chiave per una vita sicura e tranquilla. Povera mamma, quante cose inutili che diceva, eppure mi mancano così tanto i suoi disegni esistenziali.

Il ritorno a casa è meno tormentato, riesco addirittura a trovare un posto a sedere su cui mi accascio e mi addormento immediatamente. Le miei orecchie ascoltano il flusso di rumori che pervadono lo spazio urbano, porte che si aprono e si chiudono, gente che parla ad alta voce e rotaie che stridono. Il mio cervello e i miei occhi sono staccati dalla situazione uditiva, sono come scompartimenti stagni, non comunicano e uno non vuole disturbare l’altro. L’udito ha l’unico scopo di sentire lo speaker pronunciare il nome della mia fermata, è quella la spinta propulsiva che fa riaccendere il mio corpo e lo conduce verso le porte di uscita della metropolitana. La mia casa è spoglia e male arredata, alla fine della giornata quando arrivo dal lavoro e accendo la luce rimango sempre basita negativamente da tale squallore, mi viene quasi voglia di spegnere la luce e andare direttamente in camera da letto e dormire.

L’unico dettaglio che “adorna” l’appartamento è una foto in una bella cornice di me, mia mamma e mio papà: siamo al parco per un picnic domenicale, c’era un sole meraviglioso e l’erba del prato era verde fosforescente. Un ricordo che porterò sempre dentro di me.

La mattina mi sveglio con i soliti occhi incollati e tutto si ripete esattamente come il giorno precedente: doccia, metro, lavoro e squallido ritorno a casa. Trovo che sia un bene vivere questa routine, hai ogni giorno la certezza del domani, la sicurezza che tutto sarà esattamente identico, immutato. Sicura di non poter sbagliare, sicura di essere nel giusto e nel bene. Non voglio e non cerco assolutamente di più. Ho provato a cambiare ma, la mia vita o il mio destino, mi fanno ricadere inevitabilmente in meccanismi ben oliati dove sono un ottimo e valido elemento della macchina. Sarà una vita vuota? Non ho bisogno di svaghi, sport o amici. La mia famiglia è composta da me solamente. L’allegra famiglia che sorride in posa per una foto ad un picnic domenicale non esiste più. Ora sono sola con i miei ricordi; sto bene così e cerco di vivere ogni giorno il più simile a quello precedente, come se non avessi altra scelta. Non posso cambiare è questa la mia vita.

L’erba è verde fosforescente ma faccio fatica a vedere dove mi trovo. Sembra il prato del picnic domenicale ma non posso vedere al di la del mio naso, perché tutto il prato è ricoperto da una nebbia bianca latte. Una nebbia talmente fitta che ho quasi l’impressione che possa vedermi riflessa attraverso di essa. Sento intorno a me delle presenze come quelle che ogni tanto percepisco nella mia camera da letto, ma più concrete, penso che se allungassi la mano nella nebbia potrei toccarle. Sento delle voci indistinte e poi una si fa sempre più chiara a me cose fosse stata amplificata da un microfono. Stordita da questa nebbia faccio fatica a riconoscerla ma è questione di tempo che diventa sempre più limpida: è la voce di mia madre.

– Ave o Maria, Piena di grazia, il signore è con te…. –

riesco a sentire più volte l’Ave Maria, come se stesse recitando il Rosario. Io sono innervosita, le ripetizioni si fanno incessanti e la voce di mia madre da un bisbiglio diventa trapanante, sempre più forte. Corro nella nebbia cercando di allontanarmi, ma non riesco a muovermi, sono immobile, ogni mio arto è come se fosse paralizzato. Cerco di farla smettere urlando fino a farmi bruciare la gola.

La mattina mi sveglio con i soliti occhi incollati ma la mente è piena di ricordi. Cerco di fare tabula rasa. Quando la doccia è bella calda entro e la voce di mia mamma si ripresenta nella mia mente e nelle miei orecchie. Non riesco a non pensare a quella nebbia e a quel prato. Durante la giornata nessuno si accorge della mia inquietudine. Meglio così, sono invisibile.

La nebbia è ancora più fitta e il prato di un verde sempre più innaturale. Con gli occhi cerco un appiglio, un’ombra, in questo mare bianco, senza sapere cosa incontrerò. Sento sempre delle voci, un bisbigliare indistinto, sembra che ci siano persone che parlano sotto voce; grido aiuto. Nessuno risponde. Con il fiatone e la gola che mi brucia inizio a sentire un forte odore di aria stantia come se fossi rinchiusa in una camera da anni. Nonostante mi trovi su un prato all’aperto l’aria è quasi irrespirabile e le voci iniziano a distinguersi in modo sempre più nitido: sento la voce di mia mamma che pronuncia ancora il Rosario e dei singhiozzi sordi e soffocati, però più gravi rispetto alla voce di mia mamma. Sembrano arrivare da una voce maschile, quella di mio padre. Riconosco una terza voce, anch’essa maschile ma mai udita prima, parla con mio padre, ma non capisco di cosa stia parlando. Identifico solo le parole: allora da oggi interrompiamo…sostegno…vitale artificiale.

La mattina mi sveglio con i soliti occhi incollati. Ho freddo. Questa volta gli occhi sono davvero incollati, non si aprono. Si devono aprire. Le mani cercano di raggiungere gli occhi ma sono immobili. Provo ad alzarmi ma il corpo non risponde ai miei comandi. Sono ferma e ho freddo come un cadavere dentro una bara.

La nebbia si è diradata ma non esce il sole. La distesa verde ricopre tutto l’orizzonte. Non riesco a vedere nessun albero, casa o persona. Sono sola su un prato verde fosforescente, riesco a camminare e a muovermi: mi sento più leggera.

 

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